MadreDonna - testo a cura di Massimo Innocenti

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LA PIRAMIDE ROVESCIATA
ovvero l'ombra del triangolo

Mostrare, palesare: offrire il dono, come la manifestazione di un pensiero attraverso una iconografia , è il senso stesso delle Pale situate su gli altari. Queste erano poste come “racconta-storie” di avvenimenti in cui i fedeli potevano rispecchiarsi e informarsi e da queste scene ne traevano conoscenza, ma anche ubbidienza nel manifestarsi: la scena era un racconto che doveva informare e far credere che quell'immagine fosse divina, unica, essenziale per ogni credenza.
La scelta che l’autore ha fatto sta nel considerare le sue cinque opere come pale, e composte in trittico (spesso le pale d'altare erano fatte in trittico, era la moda del tempo, o meglio ancora la regola, perché Tre era il segno divino e Tre era la Santità, ma era anche la necessità di suddividere un racconto in tre parti, in tre momenti essenziali per il soggetto che si andava a raffigurare. E’ anche vero che non tutto veniva suddiviso e molte pale erano in un pezzo unico, ma con una corniciatura dove altre piccole raffigurazioni venivano espresse).
Analizzo singolarmente le cinque raffigurazioni, perché le trovo diverse l'una dall'altra, o meglio, hanno ognuna una loro personale espressività. Si riconosce benissimo la sua sensibilità ed analisi, ma è anche evidente il suo bisogno di tracciare una storia che abbia un diverso linguaggio, come dire, alcune si imbattono verso una simbologia più concettuale, altre su una visione più popolare, in queste, quasi rasenta il senso dell'ex-voto togliendogli il voto e l'ex, ma lasciandogli lo spirito evocativo e semplice della raffigurazione. Nell'altro, invece, cerca la simbologia del concetto, come quasi la raffigurazione monumentale dell'avvenuto e in più drammatizza il tutto con la sua essenzialità , con il valore dell'assenza che diventa presenza.

Annunciazione:
Nella descrizione, l’autore, spiega bene il suo punto di vista e lo fa con acutezza e con la giusta esplicazione di rendere evidente ogni scelta simbolica.
L'angelo annunciatore, colui che porta la parola, l'avvento di una notizia-simbolo, è l'inesauribile, l'essenza stessa dell'assenza, il decalogo del verbo che si fa spirito e si tra-manda versus colei-colui che attende e che non sa , ma avverte. L'avvertire nella tradizione era una specie di pensiero: i profeti avvertivano una certa situazione e questa avveniva oppure no, ma si manifestava in una loro simbolica appartenenza.
Qui L'angelo è come una visione medievale, una pittura di Beato Angelico fino a raggiungere quella staticità che possiamo trovare nell'annunciazione di Leonardo. Una raffigurazione antropomorfa; una “iconografia classica”. Ma l'attenzione che pone nella conoscenza lo rende diverso, voglio dire: immediatamente ho rivisto Burri nelle ali-mantello dell'angelo e la scelta monocromatica accentua ancora di più il gusto della catramatizzazione della scena. Un opera plastica e polimaterica che trova nel dinamismo neo-dada e neo-futurista, l'essenza del dramma interno. L'angelo della morte riprende vita attraverso il suo stesso mistero: annuncia se stesso riproducendosi in ogni modo, ma solo una parte; la testa-cranio, creando un gioco di specchi anti-riflettenti e che invece di farci vedere ci fa scoprire il vero volto, la morte dello stesso avvento; non più la salvezza , ma la fine , o peggio l'inganno di un anticristo: Il rovescio stesso della triade: è angelo di Dio o l'angelo caduto sulla terra che diventa demone?
Ma ci induce ancora alla riflessione, pone il cranio dell'angelo come quello di Maria, ecco che crea una similitudine rovesciata, l'anti madre che incarna l'anti figlio e nello stesso momento diventa un vortice iconoclasta, dove la trasfigurazione è immagine scenica e la suddivisione diventa espressione.
E' un lavoro molto interessante e che ha saputo cogliere aspetti del novecento, ma anche ha saputo prendere dalla tradizione quegli elementi che fanno parte del mito popolare. Un'altra cosa mi viene in mente vedendo il lavoro; ci sento molto del linguaggio barocco, ma non il Bernini o chi per lui, ma quelle raffigurazioni tardo barocche dove la paura della vita era pari alla morte e dove il pensiero religioso lentamente lasciò il posto a un 'altro pensiero , forse più canonico, ma altrettanto incarnato di paura e misticismo, mi riferisco al primo neoclassicismo, quello che veniva usato per i cimiteri monumentali.
Aggiungerei altri esempi dove rivedo la sua dimensione; mi riferisco a un quadro di Francis Bacon, studi dal ritratto di papa Innocenzo X di Velazqez, e a un artista della fine degli anni 70, che fondò il nuovo espressionismo, artista tedesco, Anselm Kiefer , nell'opera Icaro .
Penso. Anche se loro lavorano con la pittura, trovo che ci sia una certa assonanza “drammatica” e una specie di ribaltamento iconografico che in un certo senso anche l’autore segue.

Magnificat
Questo lavoro, secondo il mio punto di vista, fa parte di quella visione dove il concetto diventa simbolico. La tendenza è all'astrazione informale, ma con un poli-materialismo che rasenta la plasticità. Ancora una visione che rimanda a Burri, ma con quel carattere realistico che in Burri manca, ma che invece in certe raffigurazioni più materiche possiamo trovare: ad esempio tutta la tendenza artistica degli anni 80, 90, dove certe visioni magmatiche e compositive facevano da sfondo a una reale esigenza di manifestare un disagio. Provo a dare un esempio che però è lontano dalla visione pittorica, intendo la Land Art, ma solo negli aspetti dove la materia naturale si trasforma in presenza, es. Ana Mendieta in Islo. E' vero la land Art ha come concetto l'ambiente e la naturale espressione di un elaborato innestato nell'ambiente stesso, ma in un certo senso questo lavoro potrebbe esserlo se trasportato fuori, in un luogo altro, dove l'essenza naturale ricerca un suo diverso significato e dove certi segni danno forza al concetto espresso. Nella melma che rappresenta c'è un mondo di accantonamento e di sommerso, come uno stagno putrido e infetto può lasciare evidenziare. Un Inferno dantesco dove i corpi non ci sono, ma ci sono solo le cose abbandonate e metamorfizzate nella melma, e non una melma primordiale, ma bensì una sostanza infetta che non lascia scampo. Poi sceglie di sollevarsi, di lasciare solo delle impronte di un viandante possibile...un Cristo sulle acque? O un disperato sopravvissuto a un esplosione nucleare? Questo a lui non importa ed è giusto, ma una possibile analisi viene spontanea: i segni lasciati, segni di un uomo, sono impronte di un salvatore che lentamente fuoriesce dalla melma? o la nascita di un nuovo uomo che dai sui stessi rifiuti subisce una catarsi e diventa “Santo”? Uso il termine Santo nel modo più antico, l'onnipotenza , l'inviolabilità della purezza, il Dio unico. L’autore lo rende evidente proprio nel colorare in oro le impronte. Nella cultura ortodossa, ma anche in quella paleocristiana e nel medioevo, l'uso dell'oro rappresentava la Santità, la luce eterna, il Dio generatore di ogni cosa. Questa opera ha in se uno status didascalico e nello stesso momento divulgativo, è, forse la più esplicita e la più fruibile nel testimoniare una purificazione. Concettualmente sono molti i riferimenti e artisticamente sta tra l'attesa di una possibile installazione e la sua decorabile affermazione; in altre parole compie bene il suo messaggio e lo rende chiaro usando la storia e il possibile trasformismo di essa con un apocalittico messaggio ( il termine apocalittico lo intendo nel suo significato originale; rivelare), annuncia una possibile uscita.
Posso dire che tra tutte le opere è quella che potrebbe anche spostarsi dall'immagine pittorica e trasformarsi in una vera installazione che è e diventa cardine delle altre opere. Insomma sarebbe la chiusura di un percorso fatto di iconografie raccontate per giungere nel luogo scelto, nuovo e caritatevole.

Fuga in Egitto.
Quest’ opera segue lo stesso schema-concetto dell'altra.
Qui è ancora più evidente il richiamo verso un'espressione simbolico-concettuale, ancora di più lo rende esplicito l'uso distaccato di materiali in apparenza lontani e non solo; la dimensione diventa tridimensionale, plastica e assoggettata ad uno spazio possibile che interagisce con gli elementi che lui sceglie. Proprio gli elementi che sceglie denotano una caratterialità formale ed espressiva, quasi didascalica , ma efficace nel loro essere simbolo e segno. In questo lavoro il richiamo all'arte povera è evidente, ad es. Kounellis, Mario Merz e tutti quegli artisti che hanno svolto, attraverso l'uso di materiali “poveri”, una ricerca sociale-ambientale, conducendola verso il richiamo delle tradizionali culture arcaiche,usando materiali esistenti ma ritrasformandoli verso un'altro valore concettuale.
L'uso che fa della rete metallica, della base di legno che sembra una lastra metallica e come le unisce, rimanda molto alla ricerca di Kounellis, ma con l'inserimento delle mani mozzate, ma viventi, ricorda altri artisti della stessa arte povera, ma in più , nel suo trittico, si sente quel desiderio di rendere tutto ben chiaro e allora si avvicina anche a quella scultura neo-realista che molte delle piazze italiane hanno in ricordo di guerre o stragi. In special modo quelle sculture degli anni cinquanta che quasi tutte erano in bronzo scuro proprio per esaltarne la drammaticità dell'evento, ad esempio, opere dello scultore Antonio Berti, oppure Libero Andreotti, o altri che già durante il fascismo, usando un'eccessiva retorica, glorificavano i caduti della prima guerra mondiale. Ma esiste altro nel suo lavoro. Ho parlato del realismo, certo è più pittorico, ma se si osservano certe pitture di Guttuso, di Pizzinato, si vedrà espressa quella stessa drammaticità che esiste nella plasticità delle sue mani: sono mani che parlano, chiedono e si incamminano recluse verso uno sterminio possibile...una strage innocente.

Natività
Il richiamo va tutto verso la cultura pop. Si sente molto tutta la ricerca di un artista come Enrico Baj, del movimento Flussus, del New-dada e di molte espressioni dell'arte concettuale degli anni 60-70, da Emilio Isgrò, Mirella Bentivoglio, fino ad espressioni più ricercate e pittoricamente più vicine all’autore, come la Trans-avanguardia, ad es. Enzo Cucchi, Clemente, o il misticismo arcaico di un Sandro Chia, ma non si deve dimenticare tutto il movimento Dadaista dei primi del 900. Ma la sua ricerca aggiunge altro. Nel lavoro che chiama Natività è evidente il richiamo a tutte quelle classificazioni del soggetto espresso, ma con molto garbo e sapienza, lascia che certi elementi del passato diventino sostegno espressivo per la sua, sue raffigurazioni. L'uso della citazione fotografica e in più con l'aggiunta di un vero e proprio ornamento cromatico effettuato con altri elementi, danno una possibile e diversa interpretazione. Questa nasce dal dettaglio, dal frammento compositivo, dove una visione platonica si scambia con una bizzantina e dove una barocca diventa iconografia popolare. La stessa postura e il volto ricomposto di Maria è puramente iconografia medievale e la veste azzurra (stereotipo di tutte le Marie) è da lui ricomposta con viraggi monocromatici di tante persone fotografate in azioni diverse, come a significare il corpo umano, in senso di umanità.
Nel primo lato del trittico la fusione concettuale-storico-iconografica è chiara e speculare al senso stesso che lui da alla figura-altra della donna. Non solo, inserisce il soffio divino, ma lo ricerca in un quadro di Botticelli dove il divino era pagano, traendo una forte suggestione e non solo , trascina il tutto verso una forma elicoidale tipica della scultura Michelangiolesca e barocca per poi infilare il tutto in una serie di collage fotografici dove “l'imbuto concettuale” che costruisce, entra in una vera prospettiva rinascimentale: il punto di fuga nasce dalla bocca di una modella per diventare strada e attesa, e questo lo indica, anzi vuole renderlo esplicito con una freccia bianca in fondo azzurro. Come dire; da lì parte, ma sopra ha tutto il resto e forse è lì che dobbiamo andare, in bocca... E' una visione molto manieristica, mi vengono in mente certe pitture del Pontormo o del rosso Fiorentino. Passando all'altro lato, qui la visione è celestiale, o meglio è completamente spaziale, infatti l'angelo domina e lascia cadere petali, numeri e parole come a significare la voce, il verbo che da vita al figlio. Interessante è la sua scelta: non un bambino, ma tre, padre, figlio e spirito santo. Visione ecclesiale, ma fortemente intrisa di percorso iconografico e storico, dando così luce all'oscurità di fondo che usa in tutte e tre le tavole. La centralità del trittico è la parte più forte, è colma di citazione e di espressività Medievali, ma ha anche un carattere ironico-simbolico; la scelta di dare espressione con tanti sorrisi di bocche chiuse è un “bacio” surrealista , dove la concentricità dell'oro nell'aureola, può far carpire il soffio delicato di una madre.
Una vera “pala” dove il segno è significante e dove il valore iconografico si pone di-fronte, come una maternità avvenuta in perpetuo distacco dal suo stesso avvenimento.

Sabat Mater
Anche in questo lavoro è evidente la sua tritticità, e in un certo senso lo adempie la sua forma pittorica, in accoppiata, per stile, con la Natività; l’autore lascia che un elemento materico unisca tutti e tre gli spazi come a cercare un centro obbligato, un qualcosa che ci fa tornare all'abisso. Infatti calca tutte e tre le tavole con fotografie-documentarie di immagini stereotipate (lo fa volontariamente) per dividere i due spazi-potere. Da una parte il perbenismo, il male, le multinazionali, la politica e tutto quello che rappresenta la simbologia del maligno, dall'altra , usando un segno tipico della condanna nei circhi dell'impero romano, la totale flagellazione di un inferno sociale e nascondendo dietro al pollice della mano una maternità naturale, primitiva, sanguigna e dolente, arresa alla sua castigazione di essere relitto dell'occidente, o peggio carne da macello per ogni opportunità. Ecco questi sono i due estremi. Al centro e nel centro c'è un vuoto, un varco, una fessura abissale, quasi un tunnel dove non si vede il termine e tutto intorno un ellisse rosso-carne che sembra che si alimenti di entrambe le situazioni: il male e i suoi effetti.
Questo magma rosso è unicellulare, ha piccoli tentacoli, come se si servisse di essi per nutrirsi e dall'altra si lascia sciogliere per ricoprire di sangue ogni storia . E' una cellula mortale dove ogni accesso è invalicabile e se riesci a salirci sopra puoi finire nel tunnel-abisso. Letto così sembra senza salvezza, ma l’autore aggiunge elementi che potrebbero darci speranza. Sulla mano demolitrice c'è un bimbo che agisce e implora forza, al vertice del magma rosso, c'è scritto “papa' salvami” e nel fondo appena evidente una falce e martello. Questi tre elementi rappresentano salvezza se presi nella loro purezza e importanza; un bimbo, un padre, uno spirito.
I riferimenti per questo lavoro vanno tutti in quella ricerca della Pop art Italiana e ancora a quei linguaggi di realismo concettuale che molto si sviluppò in Italia, negli Stati Uniti e in Germania.