considerazioni sul lavoro

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Duophenia - un clochard si immagina ricco.

(…) Ho scelto la fotografia pubblicitaria/editoriale di moda perchè vedevo in essa il veicolo per rappresentare quello che sento. Amo la fotografia per svariate ragioni ma ancor più amo la possibilità che mi dà di ricreare delle situazioni in cui le persone possano immedesimarsi. Mi piace creare la giusta atmosfera. Emozionare tramite la luce. Dimostrare che i miei studi su di essa hanno nella pratica un forte impatto sulle sensazioni umane. Giro il mondo in cerca di ispirazione intrufolandomi nell’arte, nella natura e vagando tra le "edificazioni" cercando di comprenderne le motivazioni e gli intenti che ci hanno portato ad essere oggi quel che siamo.

Detto questo, in ciò che faccio voglio essere il migliore, o uno “dei” se proprio il talento e l’intraprendenza non dovessero aiutarmi. Metto anima e corpo quando devo raccontare una storia, non dormo la notte da quanto mi coinvolge e mi dà adrenalina. Se vengo scelto per scattare un servizio editoriale, il cui investimento è mio, ho la “umile” pretesa che il redattore voglia la mia visione personale sulla tematica da lui lanciata, ergo non deve “guidarmi” (forzarmi) a scattare ciò che vuole lui, con la luce e le inquadrature scelte da lui, idem per il casting, senza darmi minimamente la possibilità di esprimermi; ma ancor peggio non deve far sopra-illustrare le mie immagini senza la mia previa approvazione e mandare in stampa in giro per il mondo un servizio di MERDA col mio nome, quindi che non mi rappresenta, da monte a valle.
Così scarsa l’attenzione riposta su di me (mezzo per un loro fine) che mi hanno bloccato su una delle correnti artistiche che preferisco, per la quale avrei, probabilmente, sviluppato qualcosa di interessante. Il risultato è un servizio senza senso che non ha alcuna attinenza col tema che tratta e soprattutto NON E’ MIO.

Da oggi cambio approccio. Non perdo più tempo per gli incompetenti.
Questo mondo esageratamente superficiale, di persone convinte di dettare legge sul gusto, che parlano parlano parlano DI NIENTE, mi annoiano. La mia non è neanche più rabbia, è noia. Sono annoiato. Si pensa di far arte ma girano più porcherie che emozioni. Se mi diceste “fai una porcheria?” allora avrebbe senso e vi farei la migliore delle porcherie, ma non chiamatela arte, non chiamatela bellezza. Chiamatela col suo nome; Porcheria.
La triste realtà è che il mio servizio non posso neanche chiamarlo così. Ne sarei fiero altrimenti.

l’Irrealismo. Eccolo. Questo.

Io torno alla mia vita, alla ricerca personale.
Gli altri continuino a postare la foto del biglietto della sfilata, e perdere tempo a pubblicare su instagram tutti i look (cui pensano già in maniera più dettagliata gli addetti ai lavori), anzi che guardare l’abito carpendone la mobilità, la morbidezza, la rigidità, la praticità, il colore....
Non si ha più la percezione di tutto ciò, non si va ad uno show, ma si vive il proprio show.
..allora buona visione per chi ha voglia di guardare.
Ma nel frattempo sfugge ogni cosa. La cosa reale.

Sopra potete guardare l'impaginato (di cui non ho ancora il pdf in alta dopo mesi e mesi) con le illustrazioni (di cui ancora non conosco il grafico), e le foto scattate da me.

ps. Preciso che il lavoro della stylist è ineccepibile come sempre, ha un gusto ed una creatività sopra le righe, mi congratulo con lei e puntualizzo che lavorare insieme è per me sempre fonte di piacere.